150 anni dell'Unità d'Italia

IL CONTRIBUTO DEI LIBERALI
PER L'UNITÀ D'ITALIA,
LA DEMOCRAZIA
IL PROGRESSO

Numero Unico - ottobre 2011

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Biblioteca Civica di Verona, Sala Farinati,
presentazione alla cittadinanza della pubblicazione

Intervento della prof.ssa
Marina Burei Orlandini

Quale presidente dell'associazione culturale veronese Liberali Oggi, insieme ai colleghi del direttivo, do il benvenuto ai presenti e li ringrazio per la loro partecipazione. Prima di dare la parola al professor Gian Maria Varanini, che con molta disponibilità ha accolto l'invito ad essere il relatore di questo incontro, mi sia concesso spiegare brevemente il perché di questa pubblicazione. L'associazione, nell'ambito degli eventi dedicati al 150° anniversario dell'Unità d'Italia, ha inteso contribuire con questa pubblicazione ad una riflessione su come siamo arrivati al 1861 e su come poi le vicende storiche si siano evolute, ma l'ha fatto secondo un'ottica particolare, ricordando cioè l'apporto dato all'unità ed allo sviluppo democratico, economico e sociale dell'Italia, da parte di grandi uomini liberali che dovrebbero essere punti certi di riferimento ancor oggi per tutti noi; liberali, certo, ma soprattutto e innanzitutto Italiani. In quest'anno di celebrazioni che ha visto la partecipazione convinta dei cittadini da nord a sud al di là di ogni più rosea previsione, ricordando il nostro Risorgimento, si è sentito tanto parlare di Mazzini e di Garibaldi, poco di Cavour, niente di D'Azeglio. Bisogna poi riflettere che raggiunta l'unità, occorreva concretamente attuarla, trasformare la nazione in uno stato, garantirne lo sviluppo democratico e sociale e per fare questo servivano statisti capaci e probi. Gli articoli pubblicati in questa rivista, scritti da studiosi, docenti universitari, politici, raccontano di uomini come ad esempio Giolitti, Einaudi, che non appartengono solo al patrimonio storico ed ideale dei liberali, bensì alla storia de l'Italia tutta.

Disposti secondo l'ordine cronologico riferito alla vita dei personaggi di cui trattano, glia articoli ci porteranno a scoprire la modernità e l'attualità di questi uomini. Masssimo D'Azeglio italiano prima dell'Unità, secondo il quale i principi della tolleranza e della convivenza civile erano le premesse ineludibili di ogni ulteriore conquista di libertà; Cavour senza il cui pragmatismo ed intuizione politica non saremmo arrivati a quel 17 marzo 1861, avendo egli ben chiaro che non dalle sette e dalle congiure, ma da diversi equilibri europei dipendevano le speranze d'Italia; Giolitti che comprese per primo che un'epoca era finita e ne cominciava un'altra, quella molto più complessa delle grandi ideologie e degli interessi delle masse e aprì l'accesso alla vita pubblica dei ceti fino ad allora esclusi; Gobetti che, morto in esilio a Parigi quando non aveva ancora 25 anni a causa delle manganellate fasciste, continua ad essere esempio coraggioso di un modo laico di trattare i miti e le certezze; egli diceva “il dubbio paralizza solo chi non pensa” e dopo la prima guerra mondiale scoprì i nuovi strumenti dell'imprenditoria culturale ancora sconosciuta e tanto diffusa oggi; Croce per il quale l'approdo dell'Italia allo Stato nazionale fu il maggiore evento della storia europea del secolo XIX e di quella storia volle sempre dare un'interpretazione filosoficamente coerente con la religione della libertà ed ebbe sempre la preoccupazione di non schematizzarla in termini di federalismo o, peggio ancora di localismo; Einaudi, che ricostruì l'economia italiana sulle macerie del secondo conflitto mondiale. Nella sua azione politica egli si rifece sempre ai due principi cardine della costituzione: la garanzia della libertà dell'individuo contro l'onnipotenza dello stato e la prepotenza privata e la garanzia della maggior eguaglianza possibile delle opportunità; nel suo pensiero egli colloca su linee parallele la scienza di governo e la scienza delle finanze, l'ordine politico e l'ordine economico, ma diceva anche: chi cerca rimedi economici a problemi economici è su falsa strada; il problema economico è l'aspetto e la conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale; Malagodi di cui quest'anno ricorrono vent'anni dalla morte e pochi lo hanno ricordato. Cittadino europeo e del mondo ante litteram, per la sua eccezionale cultura, per la sua lungimirante intelligenza, le dimensioni di un solo paese gli andavano strette, ed egli trovò nell'internazionale liberale, di cui riscrisse il manifesto nel 1967 e di cui fu presidente per molti anni, la sua giusta collocazione; da lì egli dette un eccezionale contributo alla costruzione dell'Europa unita. Uomini grandi e retti di cui ancora avremmo tanto bisogno, uomini integri che esercitarono la politica nella sua forma più nobile, perseguendo con tenacia un progetto o un disegno per il bene pubblico e mai il potere come fine. Permettetemi una digressione: si è soliti dire che la storia è maestra di vita; così dovrebbe essere, ma purtroppo raramente la si ascolta e sempre meno la si conosce. Viene spontaneo considerare con preoccupazione vieppiù crescente il distacco tra la classe politica e i cittadini. Il boom editoriale del libro La casta lo dimostra. La mia formazione classica mi induce a ricordare Demostene, grande oratore e politico ateniese vissuto nel IV secolo a. C., che, quando cominciò la decadenza di Atene, dopo la guerra del Peloponneso, in una delle sue orazioni, così disse: "Gli uomini di stato un tempo si mostravano così semplici nella vita privata e i loro costumi erano così conformi al carattere della nostra città che se qualcuno di voi potesse vedere la casa di Aristide o di Milziade o di altri cittadini illustri di quei tempi non la troverebbero più adorna di quella del suo vicino. Essi infatti non miravano ad arricchirsi trattando gli affari pubblici....Oggi, mi si dirà, i nostri affari non sono brillanti ma in città si è fatto di meglio. Ma che cosa mi si può effettivamente citare? I parapetti degli spalti lastricati a nuovo, le strade e le fontane ristrutturate, tante cose da niente....Ma rivolgete la vostra attenzione agli uomini che hanno fatto questa politica; gli uni sono passati dalla indigenza alla ricchezza, gli altri dall'oscurità agli onori, alcuni si sono costruiti case più imponenti degli edifici pubblici e, nella misura che la fortuna della città declinava, la loro si ingrandiva." Come non vedere l'attualità di questo ragionare a 2.400 anni di distanza! Ma torniamo alla nostra pubblicazione che ha riservato gli ultimi due articoli alla realtàì territoriale veronese: la storia di un martire risorgimentale legnaghese di nascita, Angelo Scarsellini fucilato a Belfiore ed un ricordo dei liberali veronesi che rappresentarono nel dopoguerra in seno alle istituzioni comunali e provinciali l'idea liberale.

Mi avvio così alla conclusione. Ripercorrere la nostra storia unitaria attraverso il pensiero e l'azione dei personaggi presenti nella rivista, ma tanti altri avrebbero dovuto comparire, non può non farci riflettere sul nostro passato, sul presente così travagliato che ciascuno di noi deve comunque vivere responsabilmente e senza rassegnazione, sul futuro la cui costruzione spetta ai giovani cui dobbiamo, però, garantire un domani di certezze. E anche se, come ho scritto nel mio editoriale "Mala tempora currunt", gli Italiani debbono trovare in loro stessi la forza per guardare avanti, consapevoli della nostra grande storia, consapevoli dei traguardi che abbiamo raggiunto e delle conquiste democratiche, sociali ed economiche che in 150 anni di storia unitaria abbiamo conseguito e difenderle strenuamente forti della nostra bellissima costituzione.

Goethe ebbe a dire: "il sonno della ragione genera mostri" e noi non dobbiamo permettere che questo accada.